The Pitt 2
INTERPRETI: Noah Wyle, Tracy Ifeachor, Patrick Ball, Katherine LaNasa, Shawn Hatosy, Sepideh Moafi.
SCENEGGIATURA: R. Scott Gemmill
PRODUZIONE: John Wells Productions, Warner Bros. Television (Usa)
ANNO DI USCITA:
STAGIONI: 2 (30x50')
PRIMA MESSA IN ONDA: HBO Max
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: Sky
GENERE: medical drama
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >14
Presenza di scene sensibili: frequenti riprese esplicite di operazioni e interventi chirurgici che possono impressionare i più sensibili, al pari delle situazioni ansiogene raccontate.
Trovate la recensione della stagione precedente qui.
“Non c’è pace tra i dannati”. Era la battuta ricorrente in ER per dire lo sforzo inesausto, l’asfissiante successione di pazienti, l’immersione nel dolore cui i medici di quella serie erano costretti. La frase sarebbe funzionata perfettamente anche per la prima stagione di The Pitt, che di ER è una versione estremizzata. Funzionerebbe ancor meglio in questa seconda stagione, in cui la mole di lavoro per i dottori e la pressione psicologica su di loro appaiono ancor più soverchianti. È aumentata anche l’esposizione dello spettatore ad immagini impressionanti di corpi vulnerati, esplorati, ricuciti.
Il turno in reparto raccontato in tempo reale cade qui il 4 luglio, con i festeggiamenti per l’Independence Day che assecondano i comportamenti incauti, gli incidenti, le emergenze.
Approfondimento
A quasi un anno da quando lo avevamo lasciato, il dott. Robinavitch, il responsabile del pronto soccorso, non ha risolto il suo disagio interiore. Peggio, non lo ha affrontato. Ancora nelle peste del burnout, lambendo la china della depressione, regge comunque il ritmo del reparto, dà il passo ai sottoposti, e si tiene dentro tutto, o quasi. Robby ha infatti informato i colleghi che l’indomani inizierà tre mesi di periodo sabbatico. Farà un viaggio in moto, la sua passione. Ma piccoli, ambigui accenni con cui, più o meno intenzionalmente, condisce il discorso sulla sua partenza, alimentano il sospetto che l’iniziativa risponda a un proposito sinistro. D’altra parte, il nostro sembra incapace di lasciare il fronte, come fosse un capitano che voglia assicurarsi, prima, che la sua nave veleggi sicura. Chiaramente un’utopia, trattandosi di un pronto soccorso concepito come il collettore dei mali della nostra società, portato agli estremi, ai limiti delle capacità di resistenza. A peggiorare le cose, chi affianca Robinavitch per subentrargli, la dottoressa Baran Al-Hashimi, ha una predilezione per l’uso dell’intelligenza artificiale nella gestione delle cartelle mediche. Il che non lascia ben sperare. Né sfugge all’occhio espertissimo di Robby che la donna nasconde qualche segreto inquietante.
Tra i tanti, l’argomento più in rilievo nella stagione è il digitale. Un attacco hacker ha paralizzato tutti i sistemi. Bisogna ricorrere ai vecchi metodi. Anche solo distribuire il lavoro tra i medici diventa un’impresa.
L’altra linea narrativa forte è quella della riabilitazione del dott. Langdon, rientrato in squadra dopo aver fatto il percorso per curare la sua addiction da farmaci oppioidi. Molto del coinvolgimento nelle quindici puntate si deve alla voglia di veder finalmente riconosciuto il suo cambiamento, di saperlo perdonato e promosso, perché lo merita.
La partecipazione umana all’evento ultimativo, al morire delle persone, continua a non essere trascurata (con un toccante omaggio dell’intera equipe ad un homeless paziente storico). La politica è come al solito tenuta presente dagli autori (il ritratto a tinte foschissime degli agenti dell’ICE). Le diagnosi si mantengono difficili e riservano svolte sorprendenti (le apparenze mentono spessissimo).
I medici sono sempre eroi, ma in questa seconda annata in tono minore. Perché sotto la pressione prolungata il gruppo un po’ si disunisce. Le questioni personali sono centrifughe. C’è chi ha un congiunto a casa che richiede cure. Chi per difendere una buona causa lascia momentaneamente sguarnito il fronte. Chi, semplicemente, si rende conto di non farcela e chi, al contrario, dovrebbe mollare, ma non vuole. Il capo lo avverte, ma non è al meglio e fatica a ridare alla squadra il giusto spirito di gruppo.
Rilevare il racconto di questo scollamento non è una critica alla serie. La resa delle dinamiche lavorative, dell’ambiente professionale, delle sue logiche relazionali, è, anzi, proprio un grande pregio dello show.
Paolo Braga
Tematiche educative:
- Il disagio psicologico.
- Il dilemma tra ciò che è ragionevole fare e ciò che vogliamo fare.
- La disponibilità verso chi ha sbagliato e a chiedere scusa quando si è commesso un errore.