The last of us


Qualità generale:
Qualità educativa:


IDEATORE: Craig Mazin, Neil Druckmann
INTERPRETI: Pedro Pascal, Bella Ramsay, Gabriel Luna
SCENEGGIATURA: Craig Mazin, Neil Druckmann (adattamento per la televisione)
PRODUZIONE: Naughty Dog, Playstation Productions, altri
ANNO DI USCITA: 2023
STAGIONI: 1 (9x46-78')
PRIMA MESSA IN ONDA: HBO
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: 1 (9x46-78')
GENERE: azione, drammatico, post-apocalittico

Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16
Presenza di scene sensibili: sequenze di grande tensione; vittime dell’infezione mutate in modi che possono impressionare; grande presenza di cadaveri decomposti e mutilati, suicidio

In un talk show degli anni ’60 alcuni medici vengono intervistati sui virus che potrebbero mettere a dura prova l’umanità. Uno dei dottori spiazza tutti spiegando che se un certo fungo dovesse adattarsi alla temperatura umana, potrebbe facilmente spazzare via la nostra specie. E’ la scena di apertura di The Last of Us, nella quale viene plasticamente presentata quella che sarà la storia generale della serie televisiva tratta dall’omonimo videogioco: un’infezione invincibile che devasta l’umanità, trasformando tutti quelli colpiti in zombie affamati di sangue governati da un fungo assassino.
A differenza di tanti altri film o serie post-apocalittici, che iniziano con la fine del mondo già avvenuta (The Walking Dead, Fallen Sky, o il film di culto 28 giorni dopo), in The Last of Us assistiamo “in diretta” alla notte in cui la piaga inizia a devastare il mondo, dal punto di vista della famiglia Miller: Joel, veterano della Guerra del Golfo, sua figlia Sarah e lo scapestrato fratello di Joel, Tommy. Nella prima parte del primo episodio viviamo una disperata corsa contro il tempo e l’ignoto per trovare la salvezza nel caos più totale.
Vent’anni dopo la famiglia Miller è divisa, ma Joel, che lavora come manovale nella Zona di Quarantena di Boston, ha un unico obiettivo: riunirla, a qualsiasi costo. Per farlo, il protagonista deve procurarsi un veicolo, ma ormai la civiltà sopravvissuta è governata da un regime militarizzato che non rende semplici le cose per chi vuole abbandonare le zone di quarantena, le uniche in cui il fungo non è ancora riuscito ad arrivare. A questo regime marziale si aggiunge la “prevedibile” presenza di ribelli armati che vorrebbero ristabilire la libertà, i Fireflies. Proprio un incontro casuale con questi ribelli porterà Joel a immischiarsi, contro la propria volontà, nella lotta del genere umano contro il fungo: per ottenere quello che gli manca per ricongiungersi alla propria famiglia, dovrà scortare per un breve ma pericoloso viaggio fuori dalla Zona di Quarantena l’adolescente Ellie, che porta con sé un mistero capace di cambiare le sorti dell’umanità.

Approfondimento 

The Last of Us, che ha registrato il secondo debutto più visto negli ultimi 13 anni per HBO negli USA, con 4,7 milioni di spettatori per il primo episodio, è una serie molto ricca e tecnicamente ineccepibile, che si annuncia già dai primi due episodi come capace di trasmettere  colpi emotivi molto forti, permettendo allo spettatore di appassionarsi a dei personaggi molto umani e costantemente in pericolo di vita.
Probabilmente la fedeltà al videogioco originale ha permesso a questa serie di avere successo anche a partire dalla propria fanbase, senza compiere dei terribili passi falsi come nel recente caso di un altro franchise videoludico, Resident Evil, cancellato da Netflix dopo la prima stagione. Questa sapienza nell’adattamento si aggiunge alla scelta della cornice narrativa della pandemia, che evoca immediatamente lo spirito del nostro tempo.

Il tema del viaggio e della paternità

Prescindendo dal legame con il videogioco, che a detta dei fan è stato trasposto con grande fedeltà nei primi due episodi, The Last of Us mette in scena una relazione di paternità che, nella sua semplicità, tocca le corde di tutte le anime che riescono a godersi zombie orribilmente deformati e morti strazianti e inattese.
Senza perdersi in trame inutilmente complesse, la serie procede spedita per mettere il protagonista nelle condizioni di compiere il suo viaggio, nel quale il meglio del meglio dei luoghi letterari delle serie post-apocalittiche sugli zombie viene compresso e servito agli spettatori: un regime militare spietato che impicca chi esce fuori dalla zona sicura; una ribellione molto femminile ma che nulla ha da invidiare al mito di Che Guevara (richiamato esplicitamente da Joel); un virus letale ma in qualche modo intelligente, dal quale è difficile scappare; degli zombie ai quali è difficilissimo sparare in testa (in un mondo in cui, realisticamente, non tutti i protagonisti sono dei cecchini naturali).

Una adattamento tra fedeltà e riletture

Ma appare evidente che l’intento degli showrunner non sia stato quello di competere con altri prodotti di genere, bensì di mostrare quanto siano bravi nel raccontare storie “inaspettate” e di dare profondità ai personaggi, interrompendo la narrazione principale, che vedrebbe i protagonisti spostarsi “semplicemente” dal punto A al punto B, per raccontare alcune storie che escono dal genere e che mostrano una grande capacità artistica.
Al di là dei pochi zombie, anche le dinamiche narrative del genere vengono replicate senza grandi variazioni: gli uomini sono sempre più mostruosi dei mostri, il leader religioso è in realtà un pazzo assassino, il mondo è finito ma comunque è ancora pieno di gente (pericolosa). Anche la genesi di ciò che rende Ellie speciale è già stato utilizzato in altri film e serie tv.
Certamente in una stagione di nove episodi fermare la storia principale per dedicarsi completamente a storie del passato è un azzardo, ma la risposta del pubblico sembrerebbe aver premiato questa scelta, nonostante qualche tensione dovuta all’aver trasformato alcuni personaggi secondari in personaggi queer. Tutto ciò davanti al sospetto che la storia del passato che forse tutti erano interessati a vedere, quella di Joel durante il suo periodo nero, viene solo “detta” nei dialoghi con il fratello.

Chi possiamo salvare?

The Last of Us, in un’epoca in cui le crisi sociali e sanitarie sono all’ordine del giorno, ci mette davanti a una domanda molto semplice e primordiale: chi possiamo salvare? Il tema emerge subito, nel primo episodio, quando i protagonisti devono scegliere se occuparsi di una famiglia che ha bisogno di aiuto o pensare a se stessi.
Rimane la sensazione di trovarsi davanti a un’ottima serie di un genere che però ha già dato molto, in cui vediamo “The Mandalorian” (che ha per protagonista Pedro Pascal) senza casco che si muove nella prima stagione di “The Walking Dead” (la sola che veramente unisce tutti i fan della serie AMC).
Ed è proprio Pedro Pascal, l’interprete di Joel, che si fa carico anche di questo franchise per portarlo al di là di ogni possibile critica: il padre cinico, sconfitto dalla vita e che non vede più il senso del suo cammino, si illumina sempre di più grazie alla relazione con Ellie, che gli ricorda che esserci per l’altro è quello che ti fa vivere. In fondo vedere Joel che riacquista gradualmente la capacità di esercitare la paternità vale il prezzo di godersi una serie stilisticamente ineccepibile ma, in gran parte, “già vista”. La fine della prima stagione ci lascia senza grandi domande aperte, ma con una posta in gioco nella relazione tra Joel ed Ellie ormai molto alta: quanto è importante la verità nel rapporto tra genitori e figli?

Tommaso Cardinale

Temi di discussione

  • Chi è che merita aiuto: solo chi mi è prossimo o chi ne ha bisogno?
  • Fin dove si è disposti ad arrivare per proteggere i propri figli?