Poster della serie TV The Studio

The Studio

Qualità generale:
Qualità educativa:
IDEATORE: Seth Rogen, Evan Goldberg, Peter Huyck, Alex Gregory, Frida Perez
INTERPRETI: Seth Rogen, Ike Barinholtz, Kathryn Hahn, Chase Sui Wonders, Catherine O’ Hara
SCENEGGIATURA: Seth Rogen, Evan Goldberg, Peter Huyck, Alex Gregory, Frida Perez
PRODUZIONE: Coytesville Productions, Contractually Obligated, Two Second Half Screen, Vanity Card Productions, Point Grey, Lionsgate Television
ANNO DI USCITA:
STAGIONI: 1 (10x24-44')
PRIMA MESSA IN ONDA: Apple TV+
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: Apple TV+
GENERE: commedia
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >14
Presenza di scene sensibili: riferimenti sessuali; una sequenza sessuale nell’episodio 1x05; sporadica violenza e una sequenza splatter nell’episodio 1x06; uso di droga; turpiloquio.

Hollywood. Matt Remick è un ambizioso produttore dell’immaginaria Continental Studios. In cerca di rinomanza, vorrebbe dimostrare che «film di prestigio e grossi incassi al botteghino non sono concetti che si escludono a vicenda». Ma Matt è un pasticcione e un combinaguai. E non è l’unico. Hollywood è una nave dei folli, sorretta dall’acrobatica arte dell’improvvisazione: fingere di avere un vero progetto tra le mani, di agire in base a un’esatta strategia, è prassi comune. In realtà, nessuno ha la minima idea di quel che sta facendo. Fare film è un’impresa temeraria a cui nessuno è davvero preparato. L’unica cosa certa è che bisogna obbedire a parole d’ordine e convenzioni. Nessun luogo è più controindicato ai sognatori della stessa Città dei Sogni.
The Studio è una sferzante satira sul quotidiano lavoro del sistema di produzione hollywoodiano, canzonato in ogni sua singola abitudine, mania, isteria. Ad apprezzarne ogni sottigliezza saranno quanti hanno esperienza nell’industria audiovisiva; o quanti conoscono la storia del cinema non solo nelle sue pellicole, ma anche nei retroscena e nel profilo culturale ed esistenziale dei suoi protagonisti. Ma anche lo spettatore comune può trovare occasione di divertirsi; e di conoscere meglio le persone che creano i film in cui tutti ci imbattiamo.

 

 

 

 

Approfondimento 

 

«Io adoro i film, ma ora ho questo terrore: che il mio lavoro sia rovinarli». Parole di Matt Remick, che racchiudono un paradosso: a volte i peggiori nemici del cinema sono i suoi addetti ai lavori. Ogni film è un’ardita scommessa, un azzardo creativo, logistico, finanziario: fatto a cui la frenetica Hollywood di The Studio reagisce con una perennemente incipiente crisi di nervi. Prima regola: ostentare sicurezza; rabberciare proposte sul momento, senza farlo notare; affrontare le trattative come una prova di equilibrismo.
Altra regola: fingersi incantati dall’opera altrui (anche dei concorrenti); sperticarsi in ammirati complimenti; traboccare di commossa gratitudine per le loro intense lezioni di cinema e di vita (anche quando si è disgustati); tifare gli uni per gli altri; non mancare di nutrire l’orgoglio altrui (il commento sbagliato può essere un oltraggio che un giorno si pagherà caro); farsi estasiare dalle idee dei colleghi; convincersi di avere già l’Oscar in pugno, anche se di quell’idea non si è capita un’acca.
L’ipocrisia è eretta a metodo di lavoro, l’unico principio ad essere applicato con rigore tenace. Tant’è che i membri dello showbusiness, complice anche la loro vanità, sembrano dimenticarsi della finzione, come se vivessero loro stessi in un film. A volte il loro entusiasmo è genuino, ma precipitoso: una rincorsa all’ultima idea o all’ultima moda, impulsiva tanto quanto i loro ciclici scoraggiamenti.

 

Il clown dietro l’idolo

Qui sta lo scatenato e tragicomico umorismo di The Studio: se i suoi personaggi fossero visti agire in società, in un qualunque ufficio, non si esiterebbe a ritenerli degli imbarazzanti idioti. Sul palco, riescono a farsi idolatrare, trasformando in oro anche la più raffazzonata delle performance. Ma dietro le quinte, e al di là del galateo che sorveglia ogni loro interazione, soffrono di endemica inadeguatezza. E di confusa fragilità (abuso di droga incluso), anche a causa di carriere effimere come stelle cadenti; o dell’apparente casualità che trasforma pronosticati fiaschi in film immortali e viceversa. Non sono affatto tutti fenomeni: spesso sono solo dei clown bravi a nasconderlo.
Tant’è che la Continental Studios, in cui lavora Matt Remick, è edificata come un tempio: nonostante tutto, Hollywood si proclama fiera di sé, autocelebrandosi al punto tale da sacralizzare la propria attività. Lo stesso Matt, in fondo, è convinto di essere un benefattore del genere umano, un creatore di opere salvifiche, membro di una veneranda comunità che ha tutto da insegnare al mondo. Il che peggiora la sua maldestra goffaggine.

 

Arte contro mercato contro politica

Eppure, Matt non è un mero pallone gonfiato. Il suo amore per il cinema ha dell’autentico, come sembra averne l’intento di valorizzarne il pregio artistico: la capacità di un film di donare occhi nuovi o consegnare un io cambiato non viene negata. Ma la disorientata e volubile Hollywood polverizza anche i talenti migliori; e lo stesso Matt, dimentico del suo scopo, si lascia coinvolgere in scadenti (e in fondo avvilenti) iniziative, rincorrendo una gloria senza onore.
L’eterno conflitto tra arte e mercato non viene però ridotto allo scontro tra geni incompresi e ottusi affaristi: non a caso, Matt vorrebbe preservare le ragioni di entrambi. Tanto The Studio irride produttori capaci di approvare un film sulla mascotte di un brand di bibite (come avviene alla Continental), quanto certi artisti, la cui pretenziosa ricerca del sublime è solo un indulgere a capricciosi sentimenti personali. Senza alcun interesse a farsi comprendere dal pubblico pagante.
Non mancano inoltre sberleffi agli esibiti slogan etico-politici, siano essi parole d’ordine imposte dal codice di comportamento hollywoodiano, puro luogo comune o ansia di mettersi al riparo dalle polemiche (come nell’eloquente episodio in cui Matt e colleghi si spaccano la testa per assemblare un cast inoppugnabilmente inclusivo).

 

E noi del pubblico?

Quanta sincerità contiene tanta schietta autoironia? Numerosi sono i nomi dell’industria che fanno comparsa nel ruolo di sé stessi: Martin Scorsese, Ron Howard e Sarah Polley tra i registi; Charlize Theron, Zac Efron e Zoë Kravitz tra gli attori; Ted Sarandos, CEO di Netflix. D’ora in poi vedremo qualcuno di loro dismettere qualche maschera?
Probabilmente no: la satira di The Studio rischia infatti di essere autoassolutoria. Come sostiene Patty Leigh (collega di Matt), realizzare film «ti rende sempre stressato e nel panico e miserabile […]. Ma quando la magia prende forma e tu produci un bel film, sarà bello per sempre».  Non ha torto: nella sua ultracentenaria storia, qualche bel regalo Hollywood è pur riuscita a farlo. La sua non è tutta dissimulata incompetenza. Ma il vero messaggio sembra questo: sì, siamo gente terribile; ma qualcosa di buono lo facciamo, quindi possiamo permetterci di restare terribili. Il pubblico mondiale continui dunque a seguirci, a lasciarsi esaltare da noi: tra le nostre menzogne, qualcosa di vero prima o poi emergerà.
È come se The Studio riattivasse momentaneamente la capacità critica dello spettatore, per poi invitarlo a spegnerla di nuovo. A questo punto, dipende da ciascuno di noi: permettere al performer di turno di farci da pifferaio magico, financo di insultare la nostra intelligenza, oppure essere disposti a distinguere le opere che ci fanno del bene da quelle che no. Volente o nolente, The Studio ci offre questa opportunità.

Marco Maderna

Tematiche educative:

• L’ipocrisia come fondamentale modalità di interazione;
• La quotidiana fragilità che può vivere anche una persona di straordinario successo;
• Il rapporto che ciascuno di noi ha con i film che guarda.

Trailer The Studio