Slow Horses 5
INTERPRETI: Gary Oldman, Jack Lowden, Kristin Scott Thomas, Jonathan Pryce
SCENEGGIATURA: Will Smith
PRODUZIONE: See-Saw Films
ANNO DI USCITA:
STAGIONI: 4 (6x45’)
PRIMA MESSA IN ONDA: Apple TV+
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: 4 (6x45’)
GENERE: spy, thriller, drama
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16
Presenza di scene sensibili: turpiloquio, violenza verbale e fisica, mobbing.
Trovate la recensione delle stagioni precedenti qui.
Nella quinta stagione di Slow Horses, Londra si appresta a eleggere il nuovo sindaco e la sfida tra il nazionalista Dennis Gimball (Christopher Villiers) e l’inclusivo Zafar Jaffrey (Nick Mohamed) si surriscalda a seguito di un attentato terroristico nel quale vengono uccise undici persone, tra cui un attivista membro del partito di Jaffrey. L’indagine condotta dall’MI5 e coordinata dall’algida Diana Taverner (Kristin Scott Thomas) si intreccia con quella per scoprire chi vuole uccidere Roddy Ho (Christopher Chung), un agente della disfunzionale squadra di Jackson Lamb (Gary Oldman), il cui soprannome, Slow Horses (lett. Ronzini), è esplicativo del rispetto di cui gode all’interno dell’Organizzazione. Entrambe le azioni criminali sono riconducibili a una strategia della tensione volta a creare un’escalation destabilizzante: una tecnica che i servizi segreti britannici hanno applicato in molti Paesi e che ora gli si ritorce contro. Rispetto al passato, la reazione di Lamb e della sua squadra è ancora più lenta e parcellizzata, dato che, oltre alla morte del collega Marcus – a cui abbiamo assistito nel finale della quarta stagione – il gruppo si trova a gestire diversi traumi: Louisa (Rosalind Eleazar) ha chiesto e ottenuto qualche mese di congedo, ma di fatto sembra intenzionata a cambiare radicalmente vita, Shirley (Aimee-Ffion Edwards) soffre di un forte disturbo post-traumatico e viene marginalizzata dagli altri Ronzini, River Cartwright (Jack Lowden) convive con il senso di colpa per aver ricoverato il nonno in una casa di riposo e con lo shock di aver scoperto l’identità del padre, una spia doppiogiochista. Ripiegati su se stessi, immersi in un presente senza scopo e con lo sguardo rivolto a un futuro tinto d’illusioni estemporanee, i Ronzini ci appaiono ancora più impacciati e confusionari del solito.
Approfondimento
Gestione del trauma e necessità di andare avanti, nonostante tutto
Se le indagini sugli atti terroristici sono al centro della parte investigativa, è la gestione del trauma ad essere il cuore di quella drammatica, come dimostra il primo episodio dal significativo titolo “Cicatrici”. L’obiettivo investigativo viene raggiunto da Lamb e compagni non superando i traumi, ma nonostante essi. Al termine dell’avventura, quando il quadro si ricompone, non possiamo affermare che Shirley abbia superato il suo disturbo o che River sia sceso a patti con se stesso, anzi. E’ il marchio di fabbrica di questo ecosistema narrativo in cui i problemi non si risolvono magicamente, ma anzi, come spesso accade nella vita reale, tendono ad aumentare o magari, se va bene, a mutare pelle. Il valore che lo spettatore può negoziare è la testarda determinazione ad andare avanti nonostante tutto, un po’ per inerzia, un po’ per l’illusione di un futuro migliore e un po’ … per combattere la noia. Sulla noia come sentimento propriamente umano ci sarebbe molto da dire, chiedendo magari aiuto ai Pensieri di Giacomo Leopardi, ma dal punto di vista visivo ci sono davvero poche occasioni migliori di questa serie per vederla rappresentata e per poterla quasi “toccare con mano” tra le mura della Slough House (Il Pantano), la sede distaccata dove i Ronzini si sforzano di sopravvivere alle scartoffie e alla muffa.
Perdono e questioni morali
Un altro tema che unisce e che qualifica le spie di Lamb è una qualità del tutto inusuale, almeno nelle rappresentazioni televisive, e cioè quella di saper accogliere il perdono. Sembra quasi che alla base della loro stessa percezione di sé ci sia la consapevolezza della necessità del perdono. Certo il perdono non è senza conseguenze: per ciascuno degli agenti di Lamb è la ragione della loro permanenza (a vita) al Pantano ed è quindi la base da cui si sviluppa la narrazione.
Nel gioco delle parti, nel continuo rincorrersi tra buoni e cattivi colpisce come i mezzi restino sostanzialmente gli stessi. In questa stagione è un aspetto reso esplicito dal fatto che la strategia della tensione dei terroristi si basi su vere e proprie regole scritte (e applicate) proprio dall’MI5, le London Rules appunto. L’attuazione di pratiche eticamente e moralmente scorrette per ottenere un fine, almeno apparentemente giustificabile, solleva nello spettatore non pochi interrogativi che rendono lo show interessante anche per le questioni morali che solleva.
Slow Horses è da sempre una spy story con una forte componente drammatica che in questa stagione si sviluppa sullo sfondo delle elezioni comunali londinesi, portando in dote allo spettatore anche un’analisi socio-politica attualissima, sebbene il libro di Mike Herron da cui è stata tratta la stagione, London Rules, sia stato scritto nel 2018. La campagna elettorale permette infatti alla narrazione di esplorare in modo diretto ed impietoso la realtà sociale e politica contemporanea dei Paesi occidentali. I due candidati sindaci esprimono al meglio la misera personalizzazione di una politica-spettacolo, aggrappata a slogan improbabili come ”Londerful”, che ha smarrito il senso di identità collettiva proprio delle grandi tradizioni novecentesche.
Punti di forza e di debolezza
Tra un momento adrenalinico e l’esplorazione del dramma, con un ritmo volutamente incostante, lo show accenna anche ad altri temi, come il peso dei pregiudizi, l’amicizia, la dipendenza, la demenza senile, proponendo valori spesso in controtendenza con quelli della società contemporanea. Tra gli altri segnaliamo che il linguaggio è un esempio significativo di quella che possiamo definire come violenza verbale sul lavoro, mobbing e stress correlato al lavoro. Dal punto di vista organizzativo e relazionale assistiamo infatti a una quantità impressionante di comportamenti da evitare.
Il format della stagione, compatto ed essenziale, è analogo a quello delle precedenti: 6 puntate di circa 45 minuti l’una, tutte filmate da Saul Metzestain e scritte da Will Smith, che peraltro si appresta a lasciare la produzione. Il prodotto finale risulta così molto compatto, grazie a una regia unitaria, a un cast coeso e sempre performante e a una matrice letteraria evidente anche se non esibita. Una parola per l’iconica sigla di Mick Jagger, impreziosita da un’estetica che rimanda alle spy stories classiche. La qualità dello show è del resto attestata dal numero impressionante di nomination agli Emmy: 88 nelle prime 4 stagioni.
Questo quinto appuntamento non presenta scene di nudo o di sesso, ma fa un ampio utilizzo di parolacce, improperi e violenza, soprattutto verbale. Non manca anche la violenza fisica, senza che questa sia preponderante. Ci sono inoltre numerosi riferimenti alle dipendenze, in particolare a quelle da droga e da alcol. Consigliamo pertanto la visione dai 16 anni in su.
Fabio Radaelli
Tematiche educative:
- Gestione del trauma;
- Perdono e opportunità di cambiamento;
- Cambiamenti della politica e delle campagne elettorali;
- Resilienza;
- Lavoro di squadra.