Pluribus
INTERPRETI: Rhea Seehorn, Miriam Shor, Karolina Wydra, Carlos Manuel Vesga
SCENEGGIATURA: Vince Gilligan, Gordon Smith, Vera Blasi, Jonny Gomez, Ariel Levine, Alison Tatlock
PRODUZIONE: Sony Pictures Television
ANNO DI USCITA:
STAGIONI: 1 (9x50')
PRIMA MESSA IN ONDA: Apple TV+
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: Apple TV+
GENERE: fantascienza
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16
Presenza di scene sensibili: accenni di turpiloquio; situazioni di tensione e disagio che possono risultare ansiogene; una scena non esplicita a contenuto sensuale, in puntata 8.
Albuquerque. Carol Sturka (Rhea Seehorn) è una scrittrice di successo scontenta e inacidita. Ha scarsa stima per le fan delle sue trame “romantasy” (cioè, d’amore, in mondi fantastici d’avventura). Nemmeno è in pace con la propria arte, così compiacente con il pubblico (pur essendo Carol lesbica, racconta di corsari che fanno palpitare i cuori femminili). Dunque, la donna sorride d’ufficio al firmacopie, ma poi, in privato, è mal disposta verso gli altri e se stessa. Per fortuna c’è Helen, sua moglie, oltre che sua manager. Sopporta l’umor nero della coniuge, la incoraggia a seguire ispirazioni più autentiche. È, insomma, un punto di riferimento. Quando perciò un virus alieno contagia la Terra facendo milioni di vittime, tra cui proprio Helen, il colpo per la protagonista è durissimo. Tanto più che gli effetti del virus sulla popolazione mondiale sopravvissuta sono spiazzanti.
Tutti si comportano come assorbiti in una mente collettiva (una “colla mentale”). Ognuno condivide il sapere e le memorie di tutti gli altri. In più, c’è una pacificazione generale. I membri, verrebbe da dire, della setta, come per un tabù, non possono torcere un capello a nessuno, nemmeno uccidere una mosca. La gente, con la serenità in volto, coopera dunque in silenziosa, irreale armonia. E Carol apprende nientemeno che dalla Casa Bianca, in televisione, che è prioritario capire come mai lei, e altre undici persone sparse per il globo, sono rimaste immuni. Mentre i contagiati ci lavorano, la donna potrà sperimentare i frutti di quella nuova versione dell’umanità. Chiunque incontri è gentile con lei. I suoi desideri sono sempre assecondati.
Il mondo, però, va salvato da questa utopia, e Carol, proprio lei che prima ce l’aveva con tutti, se ne assumerà il compito. Ma freni le sue intemperanze. Ogni volta che perde le staffe, infatti, per qualche ignota dinamica milioni di persone perdono la vita.
Approfondimento
La tecnica di un abile sceneggiatore
Vince Gilligan, il celebrato showrunner di Breaking Bad, Better Call Saul e El Camino, abbandona il crime per la fantascienza filosofica, mette da parte gli antieroi per raccontare un’eroina che, con tutti i suoi difetti, si batte per il bene. Sola, sopravvissuta, dentro una rosea apocalisse. Perché, per quanto cortesi e apparentemente inoffensive, le persone intorno a Carol agiscono coordinate, simbiotiche, convergenti come fossero zombie.
La mano di Gilligan si riconosce. C’è la sua arte della lentezza narrativa: il ritmo è blando. Tolto il pilota, negli altri episodi gli eventi che portano avanti la trama sono elargiti con parsimonia. Si viene allacciati a prolungate situazioni in cui a dominare è lo spaesamento, lo shock, l’elaborazione silenziosa del personaggio (ottimamente interpretato dalla Seehorn) rispetto a quanto le sta accadendo e rispetto a cosa fare. In certi casi, il pedinamento silenzioso e prolungato funziona molto bene (per esempio, quello di Manousos Oviedo, l’irriducibile immune colombiano in viaggio verso Albuquerque, fa salire l’attesa per il gran finale di stagione). Altre volte il sotto-ritmo va un po’ oltre il limite, contando troppo sull’avarizia di informazioni allo spettatore. Che, per esempio, all’inizio della seconda puntata è tenuto sulla corda per dieci minuti, fino ad arrivare a capire qualcosa che poteva essergli comunicata molto prima.
Di Gilligan c’è il realismo iperrealistico su dettagli concreti, dal cibo per cani alle sepolture in giardino. Il suo umorismo dark non manca, e nemmeno quello più sbarazzino (Koumba, uno degli immuni come Carol, amante del gentil sesso e del lusso). Ci sono poi anche i tipici piani estemporanei dall’ingegno un po’ macchinoso in stile Breaking Bad (iniettarsi un barbiturico, filmarsi per vederne l’effetto, quindi usarlo su altri per carpire confessioni).
Nel complesso, tutto si regge su meccanismi di intrattenimento eseguiti con grande mestiere. Il mistery: cosa c’è dietro quella facciata di cortesia? Come funziona questo nuovo sistema di convivenza e a cosa punta? L’horror: il senso di minaccia nella casa isolata, di notte, la città intorno deserta… L’escamotage di un gruppo di superstiti immuni, per avere relazioni nuove da attivare via via lungo le stagioni…
Se aggiungiamo regia e inquadrature raffinate, si capisce come non sia difficile farsi prendere dal gioco. E non lasciarsi troppo disturbare dalle forzature psicologiche e di costruzione del mondo narrativo usate dagli sceneggiatori per sostenere il dramma (possibile che Carol non avesse nessuno oltre alla moglie? Possibile che quando il mondo va sottosopra non chiami un parente o un amico? Anche un misantropo avrà pure qualcuno di caro delle cui sorti sincerarsi… Né, a pensarci bene, sono troppo verosimili le coloriture amical-sentimental-erotiche del nuovo rapporto in cui Carol si troverà coinvolta. Un’intimità di fatto sempre condivisa con la popolazione mondiale? A così poco tempo dalla morte di tua moglie?).
Qual è il significato della serie?
Pluribus diverte. Sa continuare a sorprenderti. Però, viste le prime sei puntate, è dispersivo a livello di tema. Sollecita tante direzioni interpretative, troppe, e finisce per non approfondire. Quale il significato principale? Di cosa è metafora questa storia? Gilligan per caso sta attaccando l’intelligenza artificiale che dà tutte le risposte depauperando l’autonomia critica? Difficile, perché l’idea della serie risale ad anni fa, prima di ChatGPT. Allora è una satira sul conformismo? In certa misura senz’altro sì, però tutto il discorso del virus, delle connessioni neurali tra le singole menti, con il sapere comune aumentato, non c’entra tantissimo… Allora il Covid? Ma nella serie sono addirittura i contagiati a negare il problema… Oppure, ancora, il bersaglio sono i gruppi evangelici che provano a convertirti a tutti i costi? Qualche sfumatura in questa direzione c’è, ma la strada non è poi percorsa. Dunque, aggiungiamo, forse, il tema è la privacy, visto che nella mente collettiva tutti sanno tutto di tutti? Rilevante, sì, ma non è su questo che vertono le scelte dirimenti della protagonista… E poi potremmo considerare le argute rielaborazioni su motivi della fantascienza apocalittica, per esempio quella del film degli anni Settanta 2022: i sopravvissuti.
Il punto chiave, anche suggerito dal titolo (allusivo al motto nazionale degli Usa: e pluribus unum, “dai molti, uno”), è il dilemma tra libertà individuale e felicità comune. Carol, infatti, è accerchiata da un sistema dove regna la concordia e tutti sono contenti. Il modo in cui è posta la questione ne riduce, però, il fascino. Il fatto è che, in fin dei conti, qui i contagiati sono quasi degli automi, che hanno perso la loro personalità di “io pensanti”. La condizione ideale arriverebbe, cioè, per Carol al costo di annullarsi. Ma perché scegliere la felicità, dovremmo chiederci con lei, se poi non siamo più noi, il nostro vero io, a goderne? Pare un po’, in definitiva, un falso dilemma. Al massimo Carol, come del resto le succede, può sentirsi sola sull’orlo dell’annichilimento definitivo, senza più persone vere con cui empatizzare. Ecco, questo è un altro tema ancora da aggiungere ai precedenti…
Le critiche su Pluribus sono molto positive. Genere e argomenti trattati ci suggeriscono il confronto con film come The Truman Show e Don’t Look Up, certamente superiori.
Paolo Braga
Tematiche educative:
- L’autonomia di fronte al conformismo;
- Il bene individuale di fronte alle ragioni della collettività;
- Quanto e in cosa contano gli altri per essere felici.