Mr. Sunshine


Qualità generale:
Qualità educativa:


IDEATORE: Lee Myung-han
INTERPRETI: Lee Byung-hun, Kim Tae-ri, Yoo Yeon-seok, Kim Min-jung, Byun Yo-han
SCENEGGIATURA: Kim Eun-sook
PRODUZIONE: Studio Dragon, Hwa&Dam Pictures
ANNO DI USCITA: 2018
STAGIONI: 1 (24x67-97')
PRIMA MESSA IN ONDA: tvN
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: Netflix
GENERE: storico, sentimentale, thriller, azione

Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16
Presenza di scene sensibili: violenza, anche crudele (punizioni corporali, torture, esecuzioni, duelli).

CONSIGLIATO DA ORIENTASERIE

Corea, primi anni del Novecento. Cessata la dipendenza dalla Cina (1897), il Regno di Joseon è ora il Grande Impero Coreano, seppur correntemente chiamato «Joseon». Ma la sua indipendenza è insidiata dall’esercito degli Stati Uniti, presente sul territorio, e dalla lunga mano del Giappone.
Eugene (Yu-jin) Choi è un ex-schiavo fuggito in America ancora bambino: tornato in veste di marine e di console, aspira a vendicarsi per quanto sofferto nella patria da lui rinnegata. Ae-sin è la nobile figlia di due partigiani uccisi: giovanissima, si arruola nell’Armata Virtuosa, guerriglieri in lotta per l’indipendenza dell’impero. Dong-mae, anche lui scappato in gioventù dal Joseon, vi rimette piede come samurai della Società Musin, che lavora per favorire l’invasione giapponese. L’incontro tra Eugene e Ae-sin innesca un amore reso impossibile dagli opposti fronti di guerra, dalla differenza di ceto e dal risentimento di lui verso la nobiltà. Un aneddoto d’infanzia lega invece Ae-sin e Dong-mae, causa per lui tanto di gratitudine quanto di livore verso di lei. Al trio si aggiungono il giovane scapestrato Hui-seong, figlio degli ex-padroni di Eugene, e Hina Kudo, intrigante proprietaria del Glory Hotel, frequentato da autorità locali e straniere. È innanzitutto a questo gruppo – e ancor più alla coppia Eugene/Ae-Sin – che è affidato il compito di incarnare una Corea in guerra con sé stessa, prima ancora che col mondo.

Approfondimento 

Al cuore di quest’ambiziosa epica, della sua ben nutrita schiera di personaggi (soldati, spie, missionari, geishe, cacciatori di schiavi, servi fedeli e interpreti malfidati, consiglieri leali e ministri traditori, l’imperatore Gojong in persona), dell’articolata trama e della meticolosa (e poetica) messinscena, sta il metodico racconto del progressivo innamoramento tra Eugene e Ae-sin. Se, nel caso di Eugene, l’impressione è quella di aver di fronte la storia – non nuova – di un incontro al di là delle barriere, di un superamento della logica di schieramento, il cammino della combattente Ae-sin è invece una curiosa, lunga e paziente iniziazione all’amore. Come lo sbocciare di un fiore mai visto, in una terra armata fino ai denti, abituata alla violenza e a sbrigare tutto a colpi di bastone, pistola o katana. «Pensavo che l’amore fosse semplice, invece è difficile», sostiene Ae-sin: più difficile che sparare. La differenza tra quanto cresce tra lei e Eugene e il campo minato in cui vivono è tutta qui.

Un cambio d’epoca che passa attraverso il dolore

Si tratta di un campo governato dalla legge del rancore, a sua volta frutto di sofferenze che Mr. Sunshine sceglie di raccontare con tanta accuratezza quanta ne usa per descrivere l’amore. Due sono le strade che si propongono di lenire il dolore: una risulta facile a tutti i personaggi (nessuno escluso), ed è il convogliarlo in un’arma che lo restituisca al mondo intero colpo su colpo, con tanto di interessi. L’altra è quella di dar voce all’orfanezza (metaforica o di fatto) che accomuna molti di loro: difatti, il male che si prova a vivere in Joseon (per guerra, schiavitù o altro), imprime in molti la convinzione non solo di non essere voluti dal proprio Paese, ma di esser rifiutati dal genere umano. In fin dei conti, di essere squalificati dall’esistenza: «Perché mi hai fatto nascere se dovevo essere trattato così?» protesta Dong-mae, memore delle umiliazioni patite. Che questo tetro ritratto della Corea di un tempo sia storiografia o pura drammaturgia (o entrambe le cose), l’occasione offerta agli autori è quella di un racconto scopertamente esistenziale. Lo è, ad esempio, ogniqualvolta fa dire a Eugene e Ae-sin che dal loro incontro, comunque andrà finire, non potranno mai tornare indietro: «Fino a ieri, non eravate nella mia vita. Ma ora lo siete» dice Eugene. È in questo essere coinvolti in una storia individuale, molto più che in un ideale politico o in una resistenza armata, che sembra trovarsi il vero spartiacque tra il prima e il dopo, l’autentico cambio d’epoca, l’inizio di un’Era della Libertà non appena istituzionale, ma personale. La seconda quale condizione della prima.
A confermarlo è il percorso – in parte distinto, ma niente affatto estraneo – di Hui-seong: «Io sono un uomo che ama le cose belle ma inutili. La luna. Le stelle. I fiori. I laghi. Le barzellette. Cose così». È solo in «cose così» – dove «barzellette», nel suo scanzonato linguaggio, in realtà significa «amicizie» – che un perdigiorno come lui può trovar ragione di scendere in campo. Non manca invece chi ad amore o «cose belle ma inutili» – in altre parole a tutto ciò che è gratuito – oppone strenua resistenza: è il caso del samurai Dong-mae, capace di rifiutare una mano tesa non perché non creda alla bontà del gesto, ma proprio perché ci crede: per la sua spada, ogni gratuità è una sconfitta. Storie come la sua dicono della profondità abissale a cui Mr. Sunshine arriva ad attingere. Con esiti non necessariamente tragici, ma senz’altro struggenti.

Una serie affascinante ma da affrontare con cautela

Per tutti, ad essere in gioco è il significato stesso della vita: che brandiscano un’arma o scelgano di posarla, si tratta di personaggi senza mezze misure, che non danno mai meno che tutto. Il che fa di Mr. Sunshine un’esperienza affascinante ed estrema ad un tempo, da affrontare con cautela. Nonostante lo spettatore venga accompagnato un passo alla volta nei recessi degli animi, è sufficiente familiarizzare coi primi episodi per rendersi conto di quanto la discesa sia dolente e – inevitabilmente – complessa.
Mr. Sunshine è una storia che trasuda passione: passione per il proprio popolo, passione per l’anima, passione per le trame avventurose ed imprevedibili, passione per l’allestimento scenico (una continua alternanza di tenebra e incanto), passione degli interpreti per i propri personaggi. Un inno ad una terra martoriata ed eroica, in cui l’eroismo più grande non è quello della causa, ma quello degli amanti. Dare la vita non per la sovranità, ma per gli amici.

Marco Maderna

 

Temi di discussione

  • La differenza tra la facile strada delle armi e l’impegnativa strada dell’amore;
  • Quale sia la risposta al dolore vissuto;
  • Per quale causa o per chi valga la pena dare la vita.