Poster della serie TV Good American Family

Good American Family

Qualità generale:
Qualità educativa:
IDEATORE: Katie Robbins
INTERPRETI: Imogen Faith Reid, Ellen Pompeo, Mark Duplass, Christina Hendricks, Sarayu Blue
SCENEGGIATURA: Katie Robbins, altri
PRODUZIONE: 20th Television
ANNO DI USCITA:
STAGIONI: 1 (8x50’)
PRIMA MESSA IN ONDA: Hulu
DOVE SI PUÒ VEDERE ORA: Disney+
GENERE: drammatico, giallo
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >16
Presenza di scene sensibili: lessico talvolta volgare, scene di tensione e di violenza nei confronti di una minore.

I Barnett sono, almeno sulla carta, la tipica “brava famiglia americana”: il padre – Michael – è manager della sede locale di un’importante catena di elettronica; la madre – Kristine – dopo essersi dedicata anima e corpo a supportare lo sviluppo emotivo e cognitivo del figlio maggiore, autistico, ha aperto una scuola dedicata a ragazzi con bisogni speciali ed è diventata una piccola star locale. A questo quadretto famigliare che dall’esterno potrebbe apparire idilliaco manca solo un tassello: dopo tre figli maschi, i Barnett desidererebbero una femmina. In seguito a un tentativo di adozione fallito, che ha portato la coppia sull’orlo di una crisi matrimoniale, Michael e Kristine decidono di riprovarci. E il caso – e un’agenzia di adozioni dalle pratiche non proprio limpide – portano nella loro vita Natalia Grace, una bambina di sette anni di origini ucraine affetta da una rara forma di nanismo. Ma i rapporti tra Natalia e i Barnett – e specialmente tra Natalia e Kristine – si rivelano sin da subito molto conflittuali, tanto che la donna comincia a sospettare che la figlia adottiva non sia una bambina come sostiene di essere ma un’adulta psicopatica, che ha sfruttato la sua condizione fisica per penetrare nella loro famiglia e distruggerla dall’interno…
Basato su un’inquietante quanto affascinante storia vera, Good American Family ripercorre le vicende di Natalia Grace e dei Barnett lungo più di dieci anni, mettendo in luce i lati oscuri di una famiglia apparentemente perfetta, la distanza spesso insormontabile tra aspettative e realtà (specie quando si tratta di figli), il confine tra verità e menzogna e quanto la prima possa essere facilmente plasmata da suggestioni, timori e interessi personali.

 

 

Approfondimento 

 

Luci e ombre di una “brava famiglia americana”

 

La storia di Natalia Grace e della sua famiglia adottiva è un caso esploso sui media negli ultimi anni, pur avendo, in realtà, origini molto più lontane (l’adozione di Natalia risale, infatti, al 2010). La miniserie, prodotta da Ellen Pompeo, alla ricerca di nuove sfide professionali e di ruoli controversi dopo aver interpretato per anni la dottoressa Grey in Grey’s Anatomy, segue la stessa struttura del documentario Il curioso caso di Natalia Grace, disponibile su Discovery+ e su Prime Video. Su otto episodi complessivi, infatti, i primi quattro adottano il punto di vista dei Barnett, mentre gli ultimi quattro quello di Natalia. Si tratta di uno stratagemma narrativo ben riuscito, perché per la prima parte della serie lo spettatore è spinto a empatizzare con questa coppia, apparentemente solida, che si è spesa così tanto per i tre figli e che – pur non navigando nell’oro – si è resa disponibile ad accoglierne una quarta, oltretutto affetta da una malattia che richiede attenzioni speciali e cure costose. A partire dal quinto episodio, però, le cose cambiano e il quadretto famigliare perfetto inizia a mostrare tutte le sue crepe. Michael si rivela un uomo debole, incline alla depressione e succube di una moglie più forte di lui; Kristine svela il suo lato manipolatore e un’attrazione spasmodica per le luci della ribalta, che la allontana dal marito e la spinge a sfruttare l’autismo del figlio Jacob per costruire un’immagine più positiva e luminosa di sé stessa. In questa situazione, l’arrivo di Natalia non è altro che la miccia che innesca un incendio già pronto a divampare.

 

 

Chi è davvero Natalia Grace?

 

Ma chi è davvero Natalia? È un’adulta malata e calcolatrice, alla ricerca di una famiglia da sfruttare, economicamente e non, e preda di impulsi cattivi e violenti? O è soltanto una bambina bisognosa di amore, che rivendica in modi a volte poco ortodossi, e che fa fatica a trovare il proprio posto nel teatrino messo su con tanta cura da Kristine?
La serie – pur rifiutando di prendere una posizione del tutto netta (all’inizio di ogni episodio, infatti, appare il disclaimer secondo il quale i fatti raccontati seguono il punto di vista dei Barnett o di Natalia) – in realtà lo fa abbastanza chiaramente. È evidente dalla struttura degli episodi – che alternano lunghi flashback a parti ambientate nel 2019, anno in cui i Barnett devono affrontare un processo li vede schierati contro la figlia adottiva.

 

 

Una perfezione fittizia che si trasforma in gabbia

 

Il risultato è un dramma famigliare che assume connotazioni sempre più legal nella seconda metà e che intrattiene benissimo. Alcune parti – specialmente il quinto episodio, che racconta quando Natalia si trova a vivere da sola e fa fatica, anche a causa della sua condizione fisica, a ovviare ai più elementari bisogni di sopravvivenza, come farsi da mangiare o lavarsi – sono molto toccanti e potrebbero turbare gli spettatori più sensibili. Si tratta comunque di un prodotto ben riuscito, che usa una storia vera per demolire un mito – quello, appunto, della famiglia americana perfetta – mostrando come, al suo interno, tutti siano prigionieri di tutti: Natalia delle due persone che hanno scelto, adottandola, di diventare i suoi genitori e che dovrebbero amarla incondizionatamente; gli altri figli di una famiglia in cui si bada più all’apparenza che alla sostanza; Michael di una moglie forte, che usa l’amore e il sesso per tenerlo legato a sé e farlo venire meno a quei principi morali che pure persistono dentro di lui (emblematico, in tal senso, un dialogo dell’ultimo episodio, in cui Michael dice a Natalia che, in fondo, sono stati entrambi vittime di Kristine e lei gli risponde “Sì, ma tu eri mio padre. Avresti dovuto proteggermi”) e la stessa Kristine, preda degli stravolgimenti che ogni maternità porta con sé. Perché ogni figlio che arriva – che sia biologico o adottato, sano o malato – chiede in primo luogo di essere accolto, senza pregiudizi e senza aspettative. Che spesso possono risultare più pericolose dei primi.

                                                                                                             Cassandra Albani

Temi di discussione

  • Le sfide di accogliere e amare un figlio che non rispetta le proprie aspettative;
  • Verità e menzogna: quanto facilmente si prestano a interpretazioni e punti di vista opposti;
  • Le difficoltà di mostrarsi all’altezza di uno standard di perfezione che spesso è autoimposto.

Trailer Good American Family