The Gilded Age

The Gilded Age è una serie TV recensita da Orientaserie.it

  • Period Drama
  • (USA)
trailer

Julian Fellowes, il creatore della celebre Downton Abbey, ma anche di Belgravia e The English Game, riporta sullo schermo i palazzi signorili e le convenzioni sociali che hanno caratterizzato i suoi lavori precedenti, trasportandoli per la prima volta Oltreoceano, nella New York del 1882. Siamo nel trentennio che Mark Twain aveva satiricamente ribattezzato “The Gilded Age” (l’epoca dorata), in cui a un periodo di incredibile prosperità economica, si accompagnava la corruzione politica e il capitalismo più sfrenato

La serie, grazie anche agli ingenti finanziamenti di HBO, riesce bene a restituire sullo schermo la magnificenza di abiti e palazzi, così come le tensioni che scuotono le rigide norme sociali del tempo. E se in Downton Abbey l’arena del racconto sono le mura di una casa, con i suoi diversi livelli (quello signorile e quello riservato alla servitù), qua le tensioni si concentrano in una specifica via newyorkese

Come spesso succede nelle serie di Fellowes il racconto è prevalentemente corale, ma il personaggio che subito cattura la simpatia del pubblico è la giovane Marian Brook che, dopo essere rimasta orfana e senza un soldo (grazie al padre che ha dilapidato il suo patrimonio), si trasferisce in città dalle zie, esponenti dell’antica aristocrazia. Proprio davanti a loro è appena sorta la casa dei Russel, una famiglia borghese il cui patrimonio si ingrandisce con la stessa velocità con cui crescono le ferrovie e hanno deciso che è giunto il momento di essere ammessi nell’alta società, che ancora li guarda con disprezzo. 

Giudizio riassuntivo

Qualità generale: ★ ★ ★ ☆ ☆
Qualità educativa: ★ ★ ☆ ☆ ☆

Età cui è rivolta la serie: >14 (secondo noi)

Presenza di scene sensibili: no.

Approfondimento

Anche se il fulcro delle tensioni non si trova più all’interno della famiglia, ma nella società, il grande dilemma che costituisce il cuore di “The Gilded Age” è lo stesso che, in diverse forme, si ritrova in tutte le opere di Fellowes: l’opposizione tra tradizione e innovazione, lo scontro fra un mondo nuovo in implacabile ascesa e uno vecchio ma ancora saldamente al comando. 

È soprattutto questa somiglianza tematica, oltre che una notevole vicinanza stilistica (non per niente il regista Micheal Engler aveva già diretto il primo film di Downton Abbey e diversi episodi della serie), a dare la sensazione di ritrovarsi in un mondo talmente familiare da risultare quasi prevedibile. Certo, vengono sfruttati elementi innovativi caratteristici del contesto americano: l’esempio migliore è probabilmente quello dell’aspirante scrittrice afroamericana Peggy Scott, che cerca di farsi strada in un mondo ancora profondamente razzista. Ma a farsi portatori delle istanze di rinnovamento sono soprattutto i giovani, desiderosi di scavalcare le barriere spesso incomprensibili che dividono i loro genitori, e, soprattutto, la famiglia Russel. 

Imprenditori di successo nel ramo ferroviario, i Russel sono la forza propulsiva del racconto: sanno di essere più ricchi di tutti i loro vicini e l’unica cosa che desiderano è poter comprare con i loro soldi il rispetto dell’alta società newyorkese. Mentre i genitori perseguono fermamente la loro ambizione, un giovane aristocratico mette gli occhi sulla loro figlia minore, attirato dalla dote della ragazza e dalla possibilità di nascondere dietro un matrimonio di convenienza una relazione omosessuale

Il marchio HBO, non si ritrova per una volta nell’esplicitezza delle scene, che sono al contrario molto equilibrate, quanto piuttosto nella violenza nascosta (ma neanche troppo) dietro alla facciata dorata della società. Siamo molto lontani dalle buone intenzioni che muovevano la quasi totalità dei protagonisti di Downton Abbey: il bisogno di sicurezza economica e di inclusione sociale sembrano essere gli unici obiettivi concepibili, tanto che ogni afflato romantico appare immediatamente fuori posto. L’unico personaggio che riesce per un attimo a renderlo credibile è Marian Brook, nella bella interpretazione ne dà Louisa Jacobson (figlia minore di Maryl Streep), oltre a qualche piccolo squarcio sulla vita della servitù. 

Ma se Downton Abbey si fondava proprio sulla relazione fra piani alti e bassi della casa, qua il fulcro del racconto è tutto sbilanciato a favore del lato signorile, mentre i loro domestici, così come tanti altri elementi del racconto, sembrano più un tributo all’illustre predecessore che una reale esigenza narrativa. 

Spunti di discussione

  • Il conflitto tra tradizione e innovazione nella New York di fine Ottocento;
  • Il rapporto fra possibilità economiche e mobilità sociale;
  • Il razzismo indagato nei risvolti culturali oltre che in quelli personali.