I protagonisti di Speechless

Speechless

  • Sitcom
  • (Usa)

CONSIGLIATO DA ORIENTASERIE

Happy Days, I Robinson, Genitori in blue jeans… Il telefilm americano ha una lunga tradizione nel racconto divertente e propositivo della famiglia. Un filone che però negli ultimi vent’anni si è inaridito a vantaggio dell’intrattenimento imperniato sulla celebrazione del gruppo di amici giovani adulti, si pensi a Friends e a The Big Bang Theory. Speechless torna alla tradizione del genere familiare. Lo aggiorna (è una sitcom single camera, girata in interni ed esterni, come fosse un film). Riporta questo genere agli antichi fasti (le puntate sono ritmatissime, piene di verve, ma anche di sensibilità). In più, affronta senza retorica l’argomento della disabilità. JJ, il personaggio centrale, è infatti un adolescente affetto da paresi cerebrale, per questo in sedia a rotelle e impossibilitato a parlare (di qui il titolo della serie, letteralmente, appunto, “senza parole”: il giovane può comunicare indicando lettere e vocaboli su un’apposita lavagnetta con un puntatore laser). I DiMeo – la risoluta madre Maya, il compassato padre Jimmy, la competitiva sorella Dylan, il troppo realista fratello Ray – insieme con JJ affrontano le difficoltà quotidiane di tutte le famiglie, rese più “sfidanti” dalla condizione del ragazzo e da una società impreparata ad includerlo come sarebbe giusto. Perché ciò avvenga, ad aiutare, anche con soluzioni creative, c’è l’assistente messo a disposizione di JJ dalla scuola, il corpulento e gioviale Kenneth. Un personaggio indovinatissimo, che si adopera perché JJ sia sempre coinvolto nelle esperienze dei coetanei (dalla festa, al corso di canto, all’uscita con una ragazza), sfidando l’istinto protettivo della madre.

Giudizio riassuntivo

Qualità generale: ★ ★ ★ ★ ★
Qualità educativa: ★ ★ ★ ★ ★
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >12

Presenza di scene sensibili: qualche riferimento a contenuti sensuali

Approfondimento

Unanimemente celebrata da chi si occupa di disabilità, Speechless ha ricevuto commenti entusiastici sui siti delle associazioni impegnate su questo fronte. Vi si legge il plauso riconoscente di persone portatrici di limitazioni fisiche e di loro familiari, perché la serie promuove il valore dell’inclusività. Un successo pieno di critica, un po’ meno di pubblico (sono state prodotte solo 3 stagioni), con spettatori americani probabilmente più attratti da (e ultimamente abituati a) sitcom di argomento più facile e trendy. In ogni caso, un gioiello, un’opportunità per riunire la famiglia davanti ad uno spettacolo che diverte tutti (genitori e figli) e tocca corde profonde.
È senz’altro vero quanto dichiarato dal creatore della serie, Scott Silveri. La riuscita del telefilm dipende dal suo non esser stato pensato come uno show “a tema” sulla disabilità. La sitcom non ha il sapore di una storia fatta apposta per educare e sensibilizzare alla diversità. È in primo luogo una serie con personaggi “autentici”, ciascuno dei quali ha spessore drammatico (debolezze da vincere, prove da superare) nella quotidianità di una famiglia della working class.
È però altrettanto vero che la condizione di JJ ispira la storia alla radice. Silveri, cresciuto con un fratello con paresi cerebrale, l’ha pensata come un omaggio ai suoi genitori, quindi alla sua famiglia serena e “speciale”. Viene da questa esperienza diretta la capacità di uno sguardo che sdrammatizza senza mancare di realismo, che rivendica senza cadere nel luogo comune. Che presenta difficoltà, coltivando lo stato d’animo giusto per affrontarle.
Si è ben introdotti al punto di vista di JJ, a quello che prova, grazie alla complicazione della lavagnetta, che crea attesa e interesse per ogni sua frase mentre questa richiede sempre qualche istante per essere articolata da chi legge per lui ad alta voce. Si apprezza il ragazzo perché è intelligente e fa battute, anche autoironiche, come tutti gli altri personaggi. Lo si ammira perché non si compiange. Quando JJ soffre perché ci sono cose per lui difficili, lo ammette, per questo siamo emotivamente coinvolti.
La caparbietà della madre Maya (ispirata all’altrettanto battagliero personaggio interpretato da Sandra Bullock nel film The Blind Side) ci mette davanti alle barriere che suo figlio deve subire perché la scuola non pensa alle persone come lui (nella prima puntata, l’unica rampa di accesso per sedia a rotelle è quella per lo scarico delle immondizie…). Barriere presenti a dispetto di una cultura, a parole, proiettata ad apprezzare la diversità (JJ, appena trasferito nel liceo della zona, è subito nominato capoclasse solo perché disabile…). In questo, nella presa in giro del politically correct – l’eccesso di zelo circa il modo di menzionare limiti di cui poi si dimentica la sostanza umana – Speechless trova spunti di brillante comicità.

Paolo Braga

Temi di discussione

• La famiglia, dove tutti si è indispensabili e amati;
• L’aiuto come occasione per conoscersi e crescere;
• Il superamento delle barriere fronteggiate dalle persone disabili.


You must be logged in to post a comment.