Sherlock

  • thriller, crime, azione
  • (Regno Unito)

Succede spesso che la narrativa odierna, televisione inclusa, torni a frequentare Sherlock Holmes: nonostante i suoi 133 anni d’età, è ancora un uomo del nostro tempo. Tanto che in questa versione, l’arcinoto consulente investigativo e il fido John Watson, medico militare veterano dell’Afghanistan, vengono trapiantati nella Londra del XXI secolo.
Qui il maestro della deduzione lotta ad armi pari con l’onnipotenza tecnologica: ha la velocità di elaborazione di un computer, occhi che scrutano come uno scanner, la prodigiosa memoria di un vero e proprio database vivente, aiutato in tutto questo dai veri computer, tanto da fare di Sherlock quasi un parente dei racconti di fantascienza. E poiché la capillarità dell’informatica va di pari passo con l’insidiosità e il potenziale devastatore del terrorismo odierno, Sherlock fa capolino anche nel thriller politico e nel film d’azione, in lotta contro minacce che possono mettere in pericolo la sicurezza del Regno Unito.
È come se la coppia di ideatori Moffatt-Gatiss, col loro libero adattamento dei racconti di Arthur Conan Doyle, volesse domandarsi come sarebbe – o come avremmo bisogno che fosse – uno Sherlock Holmes che dovesse affrontare il crimine come lo conosciamo oggi, quale ingegno occorra per competere davvero coi suoi nuovi, letali, strumenti.
Non mancano personaggi già noti ai lettori della versione originale, quali il celebre, eterno, rivale James Moriarty, il fratello Mycroft Holmes (impegnato nei servizi segreti) e Mary Morstan, la futura signora Watson, con la quale la coppia Holmes-Watson diventa a tutti gli effetti un trio.

Giudizio riassuntivo

Qualità generale: ★ ★ ★ ★ ☆
Qualità educativa: ★ ★ ★ ☆ ☆

Età cui è rivolta la serie: >14

Presenza di scene sensibili: alta tensione e umorismo macabro sono una costante, oltre ad occasionali crudezze e ad un episodio (il primo della stagione 2) a tema scandalistico, con riferimenti a pratiche sadomaso.

Approfondimento 

Forse è per la sua proverbiale eccellenza nella deduzione che Sherlock Holmes è così longevo: il suo acume svela a tutti noi quanta storia è contenuta negli oggetti, specialmente in quelli che ognuno porta con sé. Ogni dettaglio racchiude un mondo; e Sherlock Holmes risveglia in noi la passione per la conoscenza.
Ma gli autori dedicano pari attenzione, episodio dopo episodio, al crescere del suo rapporto con John Watson, senza il quale Sherlock, più che una serie, sarebbe di fatto un’antologia di lungometraggi senza stretta relazione.
Il fedele John deve fare i conti con uno Sherlock eccentrico, con abitudini e diletti davvero singolari (e anche un po’ macabri), talvolta da accudire quasi fosse un bambino, e comunque ai limiti del sociopatico: mentre John, di ritorno dall’Afghanistan, aspira al rientro in società, Sherlock la disdegna senza pudore. Non solo, ma la sua strabiliante intelligenza è un’arma a doppio taglio: indagare, per lui, è una droga. In assenza di un caso da risolvere, la sua vita sprofonda nella noia e nell’insignificanza. Sherlock adora essere sfidato al gioco intellettuale, di cui esibisce al mondo le sistematiche vittorie. Senonché, tutto questo lo consuma.
Se Sherlock rappresenta il calcolo – mai e poi mai ammetterebbe di avere emozioni capaci di interferire con la sua ragione –, al contrario John ha ferite tempestose difficili da nascondere. E non si adopera solo per risolvere il caso, ma per prendersi cura delle persone coinvolte, primo fra tutti proprio Sherlock, ignara vittima di sé stesso, che del tenace sostegno di John a malapena si accorge.
Come dice l’ispettore di polizia Greg Lestrade, cui Sherlock fornisce consulenza: «Sherlock è un grande uomo. Forse un giorno sarà anche un uomo buono». Vale a dire un uomo la cui completezza non può che risiedere nelle sue relazioni, nel segno che può lasciare nell’ambiente in cui vive, nell’essere utile alla grandezza non solo propria, ma di chi gli sta attorno. Le relazioni sono ciò che manca alla vita di Sherlock; e solo nella relazione con John può arrivare a capirlo. La relazione fa tanto da contenuto, quanto da metodo.
Nel divertirsi (e nel farci divertire) a dipingerli come una strana coppia degna di una sit-com, gli autori hanno voluto racchiudere in Sherlock e John la loro tesi fondamentale, che potrebbe suonare così: non sarei niente, se tu non mi amassi. Tesi che rinforzano con l’introduzione della nuova compagna di peripezie, Mary.
Senza John e Mary, Sherlock diventerebbe un misero Moriarty: il più grande detective e il grande criminale si guardano come allo specchio, più simili che diversi, secondo un’ambiguità tipica di certa serialità tv d’oggi, cui piace evidenziare quanto la differenza tra bene e male possa farsi sottile e fino a che punto entrambi coesistano nella stessa persona.
Ciò vuol dire, fermo restando che Sherlock è innanzitutto (ottimo) intrattenimento (enigmi insolubili, rocambolesche avventure, humour), che lo spettatore è chiamato a formulare giudizi non facili sui personaggi e sulle loro azioni: se passione per la conoscenza (o ricerca della verità) e mistero del male sono i temi in cui il genere poliziesco è specializzato da sempre, in Sherlock vengono sondati senza facili soluzioni.
Ma perché uno come John, che aspira a rifarsi vita e amicizie, sceglie proprio la compagnia di un misantropo come Sherlock? Perché in fondo John, se ne accorgerà presto, cerca sì amicizie (e moglie), ma non per la quiete: per tornare a combattere. Dopo il trauma della guerra, con Sherlock la vita può tornare ad essere un’avventura, una grande caccia al tesoro, un vasto campo da esplorare, grande quanto Londra tutta, quanto l’Inghilterra, quanto il mondo intero.
Che tu possa trovare compagni di strada per tornare avventuriero: questo è l’augurio di Sherlock.

Marco Maderna

Temi di discussione

  • Il rapporto tra ragione e sentimento;
  • La relazione come fondamento dell’identità personale;
  • La vita come avventura.