Made in Italy

  • in costume, commedia
  • (Italia)
trailer

Made in Italy è una serie che non ha fatto grande scalpore, ma che ha tante qualità. Racconta un periodo cruciale per la società italiana, gli anni Settanta, mettendo al centro alcune delle sue innovazioni più durature ma meno raccontate (almeno nella televisione italiana): quelle nel campo della moda.
Partendo dall’assunto che “le minigonne di Mary Quant hanno fatto la rivoluzione tanto quanto i cortei del sessantotto”, la serie ci tesse l’arazzo di un mondo, molto ben ricostruito sia nelle sue lacerazioni che nel suo ottimistico slancio verso il futuro. Questo lo rende un prodotto particolarmente adatto per una visione in famiglia, perché se da una parte i genitori rivedranno un’epoca di cui sono stati protagonisti, i figli avranno l’occasione di scoprirla.
Inoltre la serie offre diversi spunti educativi, anche perché si tratta di fatto di una storia di formazione: Irene è una studentessa universitaria dalla vita già apparentemente impostata, che deve rimettere in discussione le sue certezze nel momento in cui inizia il suo primo lavoro in un giornale di moda. A partire da un’occupazione vissuta come esperienza di realizzazione personale e dal confronto con modelli diversi da quelli offerti dalla famiglia, Irene dovrà scoprire chi è veramente e qual è il suo posto all’interno di un mondo che cambia così velocemente.
Anche se le tematiche sono complesse, il tono leggero e la delicatezza con cui sono trattate le storie dei singoli personaggi lo rendono un prodotto piacevole e poco impegnativo, anche per un pubblico giovane.

Giudizio riassuntivo

Qualità generale: ★ ★ ★ ★ ☆
Qualità educativa: ★ ★ ★ ★ ☆
Età cui è rivolta la serie (secondo noi): >12

Presenza di scene sensibili: poche scene a contenuto sessuale appena accennate e alcune scene con uso di droghe, ma niente di esibito

Approfondimento

L’inizio della serie ricalca le dinamiche de Il Diavolo veste Prada, con Irene Mastrangelo (interpretata dall’esordiente Greta Ferro) che entra come apprendista nella famosa rivista di moda Appeal e deve fare i conti con Rita Pasini (Margherita Buy), giornalista già affermata ed estremamente esigente. Pur nella progressione abbastanza prevedibile, il personaggio di Irene, ingenuo ma determinato, riesce ad attirarsi la simpatia con la sua capacità di trovare soluzioni originali e bizzarre ai problemi che a mano a mano le si presentano.
Più si avanza nella serie e più acquisisce peso la dimensione corale, in cui ogni personaggio riflette nelle sue storie personali qualche aspetto dei cambiamenti che attraversano la società: i temi trattati sono molto vari, dalle lotte studentesche all’identità sessuale, ma con un particolare interesse al modo in cui le donne iniziano a percepire il proprio posto nel mondo, sia a livello affettivo che professionale (cosa che lo rende un prodotto dal taglio decisamente femminile). Alcune di queste tematiche, anche molto delicate, sono solo sfiorate e risolte sbrigativamente: d’altra parte sarebbe stato difficile esplorarle a fondo senza smarrire il fuoco della serie, che è pur sempre quello della moda. Ma bisogna riconoscere alla serie il merito di toccare i temi sensibili con coscienza: ad esempio, l’uso di droghe è sempre associato ai pericoli che comporta, oppure il rifiuto di una certa forma di famiglia “patriarcale” non diventa mai un rifiuto dei legami familiari in toto. E se le varie storie sembrano in certi momenti disperdersi eccessivamente, trovano comunque un bell’equilibrio nel finale, anche se un po’ frettoloso.
In ogni puntata, inoltre, attraverso gli articoli che Irene deve scrivere, si ha l’occasione di approfondire uno stilista e il contributo che ha dato alla nascita della moda italiana: Missoni, Armani, Valentino, Krizia, Albini…. Si tratta, naturalmente, di presentazioni in pillole, che magari lasciano insoddisfatti gli appassionati, ma possono incuriosire un grande pubblico (e d’altra parte si tratta di un prodotto pensato per la televisione generalista). Al di là delle peculiarità dei singoli autori, è interessante la ricerca dell’uomo che sta dietro la creazione artistica e la centralità data alla bellezza e alla qualità del proprio lavoro come strumento per lasciare un segno nel mondo.
Sia la recitazione che la regia contribuiscono a creare un prodotto dal tono frizzante e piacevole: e se anche non raggiunge gli standard americani a cui i giovani sono abituati, sicuramente si tratta di una serie godibile per un pubblico generalista.

La redazione

Temi di discussione

  • Il lavoro come esperienza nobilitante, che permette di realizzare le proprie potenzialità e di lasciare un segno nel mondo;
  • I cambiamenti sociali avvenuti negli anni Settanta (e i cui effetti si sentono ancora oggi), specialmente legati al ruolo della donna e alla maniera in cui vive il lavoro e l’affettività;
  • La creatività, intesa come ricerca di una bellezza che non è mai astratta, ma calata nella realtà concreta di un’epoca.

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